Ultime pubblicazioni di "Psicanalisi e dintorni"
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Il problema dell'analisi condotta da non laici | Per il centenario della Questione dell'analisi laica [1926-2026]
I testi qui raccolti celebrano il centenario (1926-2026) della pubblicazione del pamphlet di Freud Die Frage der Laienanalyse, alla lettera, La questione dell’analisi laica, meglio conosciuto – ma forse dovremmo dire: misconosciuto – in Italia col titolo attribuitogli dal suo primo traduttore Cesare Musatti, Il problema dell’analisi condotta da non medici (1963). Si è dovuto aspettare quasi mezzo secolo prima che il vero titolo di Freud riacquistasse i suoi diritti in una nuova traduzione filologicamente corretta pubblicata nel 2012, ma ciò non ha impedito che a tutt’oggi si continui immutabilmente a citare la «conversazione con un imparziale» col vecchio titolo musattiano. Sulle ragioni di questa resistenza – in cui ravvisiamo la premessa storica delle vicende giuridiche della “legge Ossicini” – la presente raccolta prova a interrogarsi nello spirito del pamphlet freudiano: se proprio si vuole parlare di “problema” (e non di questione) allora tale problema è unicamente quello dell’analisi condotta da non laici. Per Freud la psicanalisi è laica in quanto tale: lungi dal ridursi a una pratica sanitaria riservata a degli «esperti della soggettività e delle sue sofferenze», essa appartiene al popolo (λαϊκός deriva da λαός, “del popolo”), alla cultura, alla civiltà, offrendo a tutti e a ciascuno la possibilità di rimettere radicalmente in questione ciò che credeva di essere.
Giovanni Sias, Rari e preziosi
La presente raccolta riunisce, con beneficio d’inventario, quasi tutti gli scritti di Giovanni Sias sparsi su libri collettivi, periodici, riviste, siti internet, blog, pubblicati tra il 1998 e il 2020. L’intento era di porre fine alla diaspora e permettere ai dispersi l’approdo riunificato alla terra promessa del Libro. Insieme a quanto è già stato pubblicato, abbiamo così finalmente la possibilità di conoscere e apprezzare nella sua quasi integralità l’Opera di Sias, ancora ampiamente, più che sconosciuta, disconosciuta nel senso precisato dal Tommaseo-Bellini alla voce “disconoscere”: «Non tanto il non conoscere per mera ignoranza o difetto di mente, quanto il non voler conoscere il pregio dell’oggetto; non lo voler coll’animo riconoscere». Questi scritti Rari e preziosi, rivelano il terreno fecondo da cui sono nati i libri che cercano di far avanzare la psicanalisi “oltre il Novecento”, con lo sguardo acuto del melvilliano gabbiere di parrocchetto, sulla nave il più vicino al cielo. La psicanalisi ripensata da Sias come ritrovamento della sapienza antica dei presocratici e dei tragici greci e come «scienza ebraica», rompe radicalmente con lo sterile «epigonismo» dei suoi maestri, e con la riduzione della sua clinica a «cura di presunte patologie», restituendo udienza alla lingua perché l’Uomo ritrovi la possibilità di abitare quella che è la sua sola dimora. In questo senso il lavoro di Giovanni Sias non è solo parte della storia della psicanalisi italiana, ma un frammento vivo della sua possibilità futura.
Jacues Nassif, Latto psicanalitico oggi, dopo Lacan

Questo breve scritto, che si riannoda al primo libro dell’Autore (Freud, l’inconscient, 1977) declina l’epigonismo e la divulgazione per tentare di fare un passo avanti nell’attuale stallo della ricerca psicanalitica. Breve, ma complesso e articolato, s’impegna a descrivere, passo dopo passo, che cos’è l’atto psicanalitico: un ascolto del discorso dell’analizzante che è in realtà una lettura a bassa voce del suo testo, che l’analista ristabilisce non per interpretarlo, come farebbe un ermeneuta, ma per tradurlo. Nel fare ciò, egli individua inevitabilmente degli elementi intraducibili che non passano da una lingua all’altra se non al prezzo di un tradimento. In essi, puntualmente segnalatigli, l’analizzante è invitato a riscoprire la sua asimbolia primaria (termine inventato da Freud, accanto all’agnosia e all’afasia) e a denunciare il “falso nesso” (il faux-ami, “falso amico”, potremmo anche definirlo, secondo il nome che i traduttori danno al loro incubo) tra il suo desiderio e la congiunzione a un simbolo che lo ha tradito e che è all’origine della sua sofferenza.
Marcelo Pakman, Antisemitismo | L’evoluzione del mito sacrificale
L’antisemitismo non è semplice pregiudizio, né sentimento di passaggio. È una pratica storica e concreta, incarnata in forme sociali, giuridiche, culturali, politiche e religiose, che ha prodotto – e continua a produrre – violenza reale. Marcelo Pakman, con questo saggio imprescindibile, ci obbliga a guardare dentro quella violenza, senza schermarla né travestirla dietro interpretazioni rassicuranti o astrazioni speculative. Al centro, vi è un’idea radicale: l’antisemitismo è una pratica sacrificale, non simbolica né metaforica, ma materiale, reiterata, persistente, abituale.
Il sacrificio di cui si parla non è quello di un mito atavico ripresentato, ma quello che si consuma nel quotidiano: nelle esclusioni sottili, nei silenzi che angosciano, negli sguardi che appartano. L’Ebreo non è mai un semplice “altro”, ma è designato come vittima necessaria, come figura che deve espiare per le tensioni interne della società, per il disordine procurato, per le sue paure.
Pakman rifugge dall’asilo nel linguaggio teorico o in quello storico della cronologia lineare. La sua scrittura non è né accademica né pietistica. È puro gesto etico. Un corpo a corpo con la persistenza della violenza antisemita che non si esaurisce con la Shoah, ma la precede, l’accompagna, la oltrepassa.
Moreno Manghi, Mio malgrado | Saldati scelti
È noto che gli ambienti accademici irrisero gli “Studi sull’isteria” per il loro estro romanzesco, privo di serietà scientifica, senza comprendere che quella era la forma peculiare attraverso cui la psicanalisi si elabora e si trasmette e che i grandi “casi clinici” freudiani sono di fatto dei “racconti analitici”, senza per questo essere letteratura.
In questa raccolta si esplora una nuova scrittura del “caso clinico” che fa a meno del caso e del clinico e dunque della terminologia medicalizzata e della parte terapeutica della psicanalisi. Il suo fine non è la cura dei “fenomeni morbosi” ma la ricerca della spiritualità (“Geistigkeit“) dell’Uomo fin nei suoi particolari più triviali.
“Mio malgrado” è un titolo che non ha bisogno di giustificazioni: niente di vero può accadere altrimenti che nostro malgrado e a volte “contro“ di noi. La psicanalisi è lì a testimoniarlo.
I “saldati scelti” chiudono certi conti in sospeso, trascinati per troppo tempo. Ma diventano allora i soldati scelti a difendere una vocazione assediata che, come ogni vera vocazione, seguiamo “nostro malgrado“.
J. Nassif, E. Perrella, M. Manghi, S. Pace, Il legato in conto di legittima | Sull’eredità di Lacan
Alla fine della sua vita, un Lacan amareggiato e disilluso aveva preconizzato: «Freud non è un avvenimento storico. Credo che abbia fallito, proprio come me; in pochissimo tempo, tutti se ne fotteranno della psicanalisi. In questo abbiamo la dimostrazione che è chiaro che l’uomo passa il tempo a sognare, che non si risveglia mai». Stiamo parlando di quello (stesso?) Lacan che vent’anni prima aveva affermato: «L’uomo con l’analisi si risveglia». Abbiamo lasciato tutto e l’abbiamo seguito. Fin dove è stato possibile, fino a quel punto in cui ciò che aveva acceso la nostra passione per la psicanalisi, e conservato il fuoco dell’eredità di Freud, ha cominciato a trasformarsi in adorazione della cenere. Che cosa è successo? Come ha potuto la psicanalisi, dopo l’impulso impartitole dal “ritorno a Freud”, al desiderio di Freud, diventare una pratica sanitaria? Come abbiamo potuto lasciare che avvenisse? E quali sono state, se ci sono state, le responsabilità di Lacan?
Jean Louis Sous, La bocca della verità | Ascoltare “lalingua” di un bambino
“La bocca della verità” è un’espressione di solito attribuita al bambino per la sua presunta innocenza e richiama la famosa formella scultorea della basilica di Santa Maria in Cosmedin, a Roma, dotata di denti pronti a mordere chi mente. Mentire al bambino non significa raccontargli bugie occasionali, ma tradire la promessa e la parola data, tutto ciò che il bambino si aspettava, e che gli spettava, in quanto frutto dell’amore e del desiderio dei genitori, seppur effimeri. Questa menzogna, che fissa il bambino in una rappresentazione ingannevole, funzionale al mantenimento dei legami familiari e sociali, è raddoppiata dai costrutti teorici dei saperi ufficiali o referenziali: si tratti delle varie neuro-psico-pedagogie dell’infanzia o del “bambino edipico” teorizzato da Freud. Abbiamo così sempre a che fare con un bambino supposto, perfino quando gli imputiamo una “domanda di cura” – da lui mai formulata – di sintomi che, tradotti in parole, rivelano la sua eroica resistenza contro la menzogna che lo ha devastato, ma che, ricondotti a griglie interpretative o iter medici, rinnovano il tradimento originale. Ritrovare, ascoltare, parlare lalingua di un bambino, gli offre la possibilità di ripagare chi gli ha mentito con il morso della verità, e di aprirlo a un nuovo destino.
AA.VV., Democrazia, diritto, psicanalisi | La libertà come principio
In che relazione è la psicanalisi con la democrazia, e di conseguenza con il principio anche giuridico della libertà dei singoli, dinanzi alle pretese universalizzanti da una parte della legalità, dall’altra di quell’assimilazione a un unico modello dei comportamenti, della quale si fanno strumento privilegiato i meccanismi informatici di massa? Questa domanda, per la psicanalisi, è tradizionale, perché era stato lo stesso Freud a sottolineare il valore patogenetico della società di massa, e a rivendicare l’indipendenza della formazione degli analisti da ogni tipo di criterio universitario; ma è anche attualissima, visto che non possiamo non chiederci se la democrazia occidentale, oggi, è ancora effettiva, o si sta sempre più chiaramente avviando a diventare una “democratura”, nella quale gl’interessi del capitale prevalgono sempre più chiaramente sulle esigenze vitali dei cittadini, e soprattutto dei giovani.
La psicanalisi è un metodo non di terapia – quindi non è una psicoterapia, checché ne dicano le leggi italiane –, ma di formazione individuale. Ed è proprio questo che costituisce l’elemento di scomoda attualità della pratica inaugurata più d’un secolo fa da Sigmund Freud.
Diviso in tre sezioni – «La democrazia ieri e oggi», «La psicanalisi e la legge», «L’individuale e il sociale» –, questo volume raccoglie nel merito le testimonianze di politici, giuristi, filosofi, psicanalisti.
Giovanni Sias, Lettere sulla psicanalisi [seconda edizione riveduta]
Ultimo libro di Giovanni Sias, Le Lettere sulla psicanalisi, che coprono un lasso di quasi vent’anni – la prima del 2000, l’ultima dell’agosto 2019 –, la maggior parte delle quali difficilmente reperibili se non introvabili, sono state tutte precedentemente pubblicate in libri, riviste, siti, blog, ma solo riunite nell’insieme acquistano la loro forza dirompente. Le Lettere attraversano praticamente tutte le questioni “roventi” della psicanalisi di questi ultimi terribili trent’anni: la legge 56/89 (legge “Ossicini”) che ha regolamentato le psicoterapie; la differenza irriducibile tra la psicanalisi e la psicoterapia; i presunti vantaggi di una Realpolitik che ha condotto gli analisti a sacrificare l’inconscio in cambio della rispettabilità professionale e di un posto in società; l’opposizione alla medicalizzazione della psicanalisi e la necessità di emendarla dal suo «peccato di gioventù»: il gergo psichiatrico che la parassita; l’opportunità di rinunciare alla pretesa di «curare presunte psicopatologie» e di «continuare a giocare al dottore» (la psicanalisi non è una cura); le possibili prospettive attuali di una formazione analitica estranea alle scuole di psicoterapia; la critica dell’“epigonismo” e infine il congedo dalla Laienanalyse e la necessità di progettare una psicanalisi «al di là del Novecento». Questa seconda edizione, interamente rivista in occasione della pubblicazione cartacea, è preceduta da un altro importante testo di Sias pubblicato nel 2018, La psicanalisi oltre il Novecento (tradotto in francese e in spagnolo) , che potrebbe essere la prefazione ideale alle Lettere.
Jacques Nassif, Il cavallo di Troia
Consumato il malinteso con i terapeuti che aveva formato, tutti passati al concetto medico di cura; resosi conto che ormai il danno era stato fatto e che i suoi più stretti discepoli ‒ lungi dal seguire, come aveva fatto lui, un approccio che lo allontanava dall’azione volontariamente terapeutica ‒ venivano spudoratamente a patti con le pretese di efficacia diffuse dall’ideologia medica, arrivando a bandire dai loro istituti di formazione (come avviene oggi) la “psicanalisi laica” (Laienanalyse); Freud tentò, al termine della sua vita, nell’ultimo congresso dell’associazione internazionale, di assegnare esplicitamente all’atto dello psicanalista un fine diverso da quello terapeutico, parlando di “progresso nella vita spirituale”. Causa persa all’epoca, è divenuto oggi la posta in gioco di una lotta politica condotta in prima fila dalla coppia analista-analizzante.
Per combatterla, Jacques Nassif – allievo di Althusser e Derrida, nonché, fin dalla prima ora, di Lacan («ma la psicanalisi ‒ come osserva ‒ non si riduce a un giuramento di fedeltà a dei padri fondatori») – convoca tre alleati del discorso psicanalitico: l’“esperienza interiore” di Georges Bataille (alla ricerca di quell’impossibile che ci rende pienamente umani e non semplici entità da computare per estrarne profitto); il discorso degli adolescenti (che rimette in questione il familismo dell’Edipo, l’“incestuale”, e l’elusione della nudità, scuotendoci dall’impasse melanconica che ammorba il nostro tempo); e il discorso delle donne (di un femminile non ridotto al materno, da prendere, per entrambi i sessi, come l’Altro di ciascun sesso).
Questi tre alleati della psicanalisi possono sollecitare la coppia analizzante-analista a prendere il rischio di rimettere tutto, e realmente, in discussione, per autorizzarsi, contando solo sulla propria esperienza, a passare dalla servitù alla sovranità (che è la vera posta in gioco di ciò che Freud chiama “progresso nella vita spirituale”).
Ma per porre termine – e tentare di vincere – la guerra contro lo strapotere dell’altra alleanza: quella del Neocapitalismo e della Scienza, occorre ancora un’astuzia, uno stratagemma, un nuovo Cavallo di Troia. Quale potrebbe essere oggi? E chi potrebbe escogitarlo?
AA.VV., Il compito della psicanalisi | La formazione come problema politico
L’odierna disfatta culturale della psicanalisi ha assunto proporzioni tali da dissolvere – dopo oltre sessant’anni di accese discussioni – la contrapposizione fra psicanalisi laica (Laienanalyse) e psicanalisi medicalizzata (rinominata “psicoterapia a indirizzo psicanalitico”), riformulandola come una contrapposizione fra chi pratica la psicanalisi nella legalità e chi lo fa nell’illegalità, tra chi può esibire i titoli della competenza professionale e chi è imputato del reato di ciarlataneria. Questa estrema semplificazione, imposta col pretesto di “tutelare l’utenza” e trasformare la psicanalisi in professione sanitaria, ha messo il transfert al soldo dell’“alleanza terapeutica” in vista di un pronto recupero del benessere e della salute; ha desessualizzato il sintomo, trasformandolo in un “disturbo psichico” e rimpiazzandolo col più sopportabile e “gestibile” disagio nella civiltà; ha ridotto la metapsicologia freudiana a “mitologia” e fomentato un irrefrenabile “superamento di Freud”. Soffocato ogni suo impulso sovversivo, la psicanalisi è stata trasformata in una sorta di terapia sociale per una sana soluzione dei conflitti dell’Io, dove è eliminato tutto ciò su cui un benpensante non si rompe la testa, ed è ammesso solo ciò che incoraggia all’adattamento sociale e rende più idonei a “giocare per vincere” al gioco della società. Di fronte a un discorso psicanalitico che oggi collabora apertamente con l’istituzione e appare ormai «votato del tutto al servizio del discorso capitalistico» (Lacan), questo libro ritorna sui temi già affrontati un anno fa in La psicanalisi come arte liberale. Etica, diritto, formazione – anch’esso curato dalla Comunità Internazionale di Psicanalisi – e li sviluppa sul versante dell’impegno politico che l’etica impone agli analisti, richiamandosi alla radicalità di Freud e di Lacan.
AA.VV., La psicanalisi come arte liberale
Che cosa può – e deve – diventare la psicanalisi oggi? Rispondere a questa domanda è urgente perché la psicanalisi è sempre più considerata, invece che come un’arte liberale, come una pratica sanitaria, e questo in totale contrasto con la sua natura e con i suoi fondamenti freudiani. In questo libro sono raccolte numerose risposte da parte di psicanalisti, operatori istituzionali, psicologi, filosofi e avvocati, che cercano tutti di porre al centro del dibattito culturale e sociale il ruolo della psicanalisi, nelle sue coordinate logiche ed etiche. La psicanalisi come pratica è più vicina a un’arte che a una scienza e perciò richiede che sia posta una rigorosa attenzione alla modalità in cui viene trasmessa e messa in atto da chiunque la pratichi. Per questa ragione la dimensione formativa è sempre stata essenziale. Il tema della formazione – non solo degli psicanalisti, ma di chiunque – non si risolve di certo nella sola prospettiva dell’acquisizione delle competenze. Ciascuno, a prescindere dal lavoro che svolge, ha il diritto e soprattutto il dovere di formarsi come individuo capace di scegliere responsabilmente – e quindi anche liberamente – quali atti compiere, non solo in relazione al proprio desiderio, ma anche tenendo conto degli altri e della comunità nel suo complesso.










